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Il take away può salvare i ristoranti, un appello per l’asporto prima della riapertura

Per ora se ne stanno tutti chiusi, sbarrati, desolatamente vuoti. Alcuni hanno scelto di provare ad attaccarsi alla ciambella di salvataggio del delivery, le consegne. Ma è una ciambella costosa e poco remunerativa, visto che si paga in media il 25-30 per cento ai vari servizi di consegna e perché non tutti i ristoranti sono adatti. L’attesa di tutti è per quando si riaprirà, probabilmente a fine maggio, se va bene. Ma la riapertura sarà comunque parziale, limitata, condizionata da mille misure di sicurezza che, tra mascherine e distanzeguanti e ipotetici e orripilanti divisori di plexiglas, rischiano di rendere l’esperienza di andare al ristorante non così allettanti. Per questo molti ristoratori, aiutati dalla Fipe, la Federazione dei pubblici esercizi, chiedono al governo che sia consentito il take away, l’asporto.  

La Fipe invita a riprodurre le  pratiche adottate in Europa per scongiurare la morte della ristorazione italiana: «L’Italia ha mostrato agli altri Paesi come reagire in maniera efficace al Covid-19 dal punto di vista sanitario – commenta il presidente della Fipe, Lino Enrico Stoppani – ma sulla fase 2, quella della ripartenza del mondo economico e produttivo, siamo ancora indietro. D’accordo ragionare sulle precauzioni sanitarie, anche per evitare la ripartenza del contagio, ma non possiamo farci paralizzare dalla paura. È il momento di reagire e il modo migliore è anche quello di fare nostre le best practice degli altri, consentendo tra l’altro anche ai bar, ai ristoranti e agli altri pubblici esercizi il servizio di take away, oggi già possibile in quasi tutta la distribuzione alimentare».

Sarebbe un buon modo per rimediare all’inevitabile calo di fatturato che seguirà alla riduzione dei coperti, causa misure di distanziamento.